Voglia di vivere Fine anno

Fine anno: lasciare per ripartire…

Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli,
e per tracciarvi a fianco nuovi cammini.
Bisogna ricominciare il viaggio.
Sempre.
(José Saramago)

Fine anno è momento di bilanci, come un rito di passaggio fra il vecchio ed il nuovo, il certo e l’incerto nelle loro varie sfaccettature. Siamo pronti a salutare ciò che non desideriamo più?
Questi momenti possono essere utili per alleggerirsi dai pesi, dalle sensazioni che sentiamo non ci appartengono e, magari, sono proprio quelle che frenano. Mettere a fuoco le sensazioni nel qui ed ora, fare il punto come primo passo per mettere le radici al cambiamento.
Pensare ai mesi trascorsi, annotare i momenti difficili affrontati e darsi il tempo di scoprire, per ognuno di essi, l’insegnamento che ne è stato tratto. Questo processo a volte potrà essere più immediato, altre più difficile e allora, in questo caso, può nascere la possibilità di scoprire a cosa possa essere stato utile quell’ostacolo e quale nuova “carta” possa essere inserita nel proprio “mazzo”.
Riflettere sui propri punti di forza, sulle risorse, sulle cose sulle quali si può contare e sono vicine al proprio modo di essere: con un atteggiamento di questo tipo si può nutrire il cambiamento, con coraggio e benevolenza nei propri confronti.
Inciampare, tornare sui propri passi, sbagliare…e se fosse comunque un andare avanti? Un’evoluzione, in fondo la direzione della vita è “in avanti”. Quando si trova un ostacolo è facile scoraggiarsi, dimenticandosi quasi di tutte quelle cose dentro e fuori di noi che possono porgere una mano.
Domandarsi cosa può non aver funzionato o impedito di raggiungere i propri obiettivi, ascoltare quello che si sente “di pancia” e chiedersi se gli obiettivi, nel frattempo, non siano cambiati e sia questione di accorgersene e valutare quali strumenti abbiamo a disposizione.
Ed i momenti di felicità? Ripercorrerli con la mente, riassaporare le emozioni che hanno lasciato e custodirle laddove si potranno ritrovare ogni qualvolta se ne sentirà il bisogno.
E come impegno per il prossimo anno perché non proporsi di organizzare momenti in cui si possa fare esperienza delle emozioni che fanno bene al cuore?
Fantasticare e progettare su quei desideri che vorresti che nel 2019 si realizzassero, mettendo a fuoco obiettivi raggiungibili e per questo, fare in modo che il passato non sia una zavorra che tiene fermi, ancorati ed immobilizzati, piuttosto una base per partire e ripartire verso quello che ci sarà domani. Pertanto, chiedersi se ciò che si desidera è davvero ciò che si vuole ed è coerente con il proprio modo di essere. Permettere alla vita di fluire, cercando spazi di vita anche quando si incontra un ostacolo.
La leggerezza, quindi, può essere un “termometro” interiore che aiuta a capire quando lasciar scorrere per poter stare in contatto con se stessi.
L’augurio per queste feste è proprio questo, di poter tornare più leggeri ed in contatto con ciò che porta vita, nella nostra vita!

Claudia Bonari

La mia vita con George

Quando mi fu regalato, mi parve una scelta poco opportuna da portare in dono a una persona cui era stato appena tagliato un pezzo di qualcosa: intestino, nel mio caso, ma il discorso vale per qualunque altro pezzo di carne ci si trovi tagliato via dal corpo. Non ero pronta a leggere un romanzo ispirato dalla morte, per cancro, di un uomo. Ero solo all’inizio del percorso, non mi ero ancora abituata alla… mia vita con il cancro! Perciò gli trovai un posto sulla libreria – neppure troppo in vista, si capisce! – e lo dimenticai. Ma solo per un po’.

Poi, un giorno, alcune delle poche pagine lette riaffiorarono alla memoria, e le compresi sotto una luce diversa, vivida e luminosa: Udi – questo il nome del compagno dal quale Judith Summers, autrice de “La mia vita con George”, ha trovato ispirazione – per quanto è dato capire non si era lasciato andare passivamente al cancro, gli aveva tenuto testa fino all’ultimo respiro. Forse addirittura più di quanto non avesse fatto Judith che, dopo aver perso il proprio uomo e il padre del suo bambino, non riusciva a superare il dolore. Fin quando nella sua vita è arrivato lui, George, un simpaticissimo cavalier king charles spaniel che diventa il padrone di casa, e della sua vita.

Da qui prende spunto il suggerimento di leggere il libro: oltre a essere ben scritto, è la perfetta rappresentazione di come un animale indossi con gran naturalezza i panni dell’amico, del sostegno, del “farmaco” naturale che aiuta a combattere qualunque avversità. Oggi si parla molto di pet therapy, e l’esperienza di vita raccontata da Judith è la dimostrazione di quanto l’amore sincero di un amico pelosone sia importante: nel suo caso ha aiutato ad elaborare un difficile lutto, ma come sappiamo gli esempi dei benefici della pet therapy sono molteplici. Il libro ci offre su un vassoio d’argento l’opportunità di conoscerli, aggiungendo la piacevolezza di una lettura scorrevole e anche divertente.

Alessandra Chirimischi

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Gruppo di crescita personale

Fare gruppo, sentirsene parte, è uno dei modi migliori per percepirsi più forti e vivere con maggiore serenità il rapporto con noi stessi. Viene, di conseguenza, che si possano affrontare meglio le difficoltà che la vita ci mette di fronte.

Questa, in breve sintesi, la finalità del Gruppo di crescita personale, uno strumento di incontro per stimolare la spontaneità e le potenzialità creative che ogni persona, attingendo all’energia del gruppo, può sviluppare. A condurre gli incontri sarà la psicologa Beatrice De Biasi, da anni preziosa collaboratrice di Voglia di vivere, sotto la cui esperienza il gruppo potrà lavorare nella serenità di un ambiente facilitante e protetto, uno spazio sicuro dove poter esprimere vissuti ed elaborare emozioni. Il Gruppo di crescita personale, infatti, si propone con attività che via via promuovono l’affidamento e l’accettazione reciproca, in un clima di non giudizio, dove a ciascuno dei partecipanti è data la possibilità di lavorare, esplorare, scoprire o approfondire parti di sé. Per piacersi di più!

E… così, per capire meglio come la forza del gruppo possa essere un traino energizzante… balliamo e cantiamo con loro!

INFO PER PARTECIPARE

  • il gruppo prevede la partecipazione di un numero minimo di 8 persone e un massimo di 20
  • ogni incontro avrà la durata di 1 ora e mezza.
  • orario degli incontri dalle ore 15,30 alle ore 17,00
  • la sede dell’Associazione Voglia di Vivere – via Gentile, 40 a Pistoia ospiterà gli incontri
  • gli incontri sono riservati agli iscritti della Associazione Voglia di Vivere (iscrizione annuale € 30,00)
  • è previsto un contributo di € 20,00 per partecipare all’intero ciclo o di € 2,50 per il singolo incontro

 

IL CALENDARIO (gli incontri si tengono sempre di martedì)

2018

  • 27 novembre
  • 11 dicembre

2019

  • 15 e 29
  • 12 e 26 febbraio
  • 12 e 26 marzo
  • 9 e 30 aprile
  • 14 e 28 maggio

Per informazioni e iscrizioni, oltre che ai recapiti di Voglia di vivere potete rivolgervi a Beatrice De Biasi:

  • 333 252 1284
  • beatricedebiasi@gmail.com

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Giardino & orto terapia

L’inverno è probabilmente il periodo dell’anno migliore per leggere “Giardino & orto terapia. Coltivando la terra, si coltiva anche la felicità”: è adesso, infatti che la terra riposa, che prende respiro dopo averci donato abbondanza di frutti, prima di rigenerarsi ai primi tepori della nuova stagione.

Pia Pera è stata molto più che una scrittrice: ci ha dilettato con orti, giardini e tutto ciò che fa “verde” ma andando oltre il solo fatto di coltivare la terra. Come ogni altro suo lavoro (nel circuito REDOP sono disponibili molti dei suoi titoli) “Giardino e orto terapia” è un qualcosa di molto più radicato che una pianta nel terreno: il saggio ci aiuta a capire gli effetti benefici che il coltivare la terra – pur trattandosi anche soltanto di qualche piantina sul davanzale della finestra, se non abbiamo altre possibilità – rappresenti un vero toccasana per la nostra mente. Lo specifica il sottotitolo: coltivando la terra si coltiva anche la felicità.

A definire il benefico legame fra mente e corpo è proprio la nostra necessità di prendere le distanze da ogni stato d’animo che crea difficoltà e tensioni, sentimento che tutti conosciamo, abbiamo vissuto e condividiamo con una certa frequenza, se non proprio quotidianamente. Nel momento in cui percepiamo il nostro malessere, sentiamo anche la necessità di “spostarlo” fuori da noi, in una dimensione diversa proprio per liberarci dal fardello che ci opprime: e quante volte abbiamo detto “Esco a prendere un po’ d’aria” per staccare la spina da uno stato d’animo sgradito? Il contatto con la Natura, il suo silenzio rispettoso di noi e del nostro essere ci aiuta lasciarci andare per ricaricarci di energia. Come spiega Pia Pera nel libro, le piante stesse si prendono cura di noi, restituendoci l’attenzione che dedichiamo loro coltivandole, ma anche soltanto attraverso una passeggiata nel verde siamo in grado di captare il senso di appartenenza a questo stato naturale, tornandone almeno per qualche attimo ad esserne parte, con tutti i benefici che ciò comporta. Stiamo parlando di un libro che ci aiuta a comprendere come la Madre Terra sia sempre pronta, benevolmente, ad accogliere la vita nel suo ventre. Quella Madre della quale siamo parte.

Alessandra Chirimischi

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La famiglia di fronte alla malattia

Come stiamo? La famiglia di fronte alla malattia

Dati recenti rispetto ai paesi occidentali, fanno emergere un’importante realtà: oltre un quarto dei pazienti oncologici ha figli di minore età al momento della diagnosi.
Quando ad ammalarsi di cancro è un genitore, alla sofferenza fisica e alle difficoltà quotidiane che la malattia comporta si aggiunge la preoccupazione per i figli e per il loro futuro.
Dare comprensione, ascolto e strumenti al genitore ammalato per comunicare con i figli, significa aiutare l’intero sistema a trovare un equilibrio più funzionale ed armonioso per affrontare la fase della vita che sta attraversando.
La tendenza naturale e fisiologica di un genitore è quella di proteggere il proprio figlio, qualsiasi età esso abbia. Ma ci possiamo domandare quale sia la sua declinazione pratica più utile?
Spesso si assiste al fatto che il paziente oncologico tende, almeno in prima battuta, a non voler informare i figli, bambini o adolescenti.
Tale atteggiamento ritenuto protettivo può alimentare, invece, un crescente disagio psicologico spesso con conseguenze a lungo termine. D’altra parte, non esiste un metodo unico ed univoco per comunicare perché come prima cosa è necessario rispettare i tempi di ogni persona. E, per comunicare efficacemente, è necessario che le persone si sentano pronte e sostenute nel farlo. Aiutare le persone in questo processo comunicativo significa favorire il raggiungimento della migliore qualità di vita possibile per i pazienti e le loro famiglie.

Non vi sono tantissimi studi a supporto, ma quello che si può osservare nella clinica è che laddove vi sia un buon livello di comunicazione, il disagio si riduce. E perché questo avviene?
Avere una comunicazione aperta e sincera con i figli in merito alla malattia significa anche essere costretti a riflettere su interrogativi che si preferirebbe tenere nascosti e lontani da sé e quindi dal bisogno di proteggere se stessi da domande difficili alle quali si teme di non saper rispondere.
Quindi si potrebbe, malamente, riassumere dicendo che il silenzio è una forma di protezione verso se stessi ed i propri figli.
Ma è davvero così? È facilmente nascondibile il fatto che si sta affrontando una patologia oncologica?

Il tentativo di “fare come se niente fosse” ed il rifiuto della comunicazione creano una situazione paradossale: in cui tutti sanno, ma nessuno può parlare. La cosiddetta “congiura del silenzio”, a chi è utile? Una comunicazione aperta e sincera da parte dei genitori consente, invece, ai figli di esprimere in maniera altrettanto aperta e sincera i vissuti e le emozioni in relazione ad un evento così traumatico, qualsiasi età abbiano i protagonisti di questo evento.
Quando si ha a che fare con minori molto piccoli, in caso di silenzio o omissioni, questi possono sviluppare sentimenti di solitudine e di perdita, idee di colpa e, quindi, anche, in alcuni casi, rifiuto silenzioso del genitore ammalato. Essi reagiscono ai cambiamenti che avvengono in casa, senza che sia stata data loro una spiegazione tollerabile, con gli strumenti che hanno: la fantasia sostenuta da paura e sensazioni di incertezza portano a generare dei vissuti poco piacevoli.
L’adolescenza, d’altra parte, è un momento critico di per sé della crescita, una fase di cambiamenti sul piano fisico, psicologico e relazionale ed in cui convivono per l’adolescente due esigenze tra loro contrastanti, da un lato il bisogno di essere protetto dalla famiglia e di restare bambino e dall’altro, vorrebbe differenziarsi e acquisire autonomia. Il conflitto è parte integrante di questo periodo, se uno dei due genitori si ammala, c’è il rischio che uno o entrambi questi meccanismi vengano alterati.
È importante, quindi, che passi il messaggio che si è pronti a parlare della malattia ogni volta che i figli ne manifestino il bisogno e che essi non debbono sentirsi soli nel confronto con le loro preoccupazioni.
In tutto questo, è di fondamentale importanza che l’équipe di cura sostenga il paziente ed il suo partner nella comunicazione, intesa come parte fondamentale del processo di cura al pari di tutte le altre e, quindi, come una risorsa capace di migliorare la qualità di vita.

Claudia Bonari

Quando… secca è bello!

Ecco un’abitudine che sta tornando, come dimostrato dalla grande varietà che se ne vede sul mercato: il consumo della frutta secca.

Sotto in nome generico di “frutta secca” sono compresi diversi prodotti (ad esempio anacardi, mandorle, noci, noci del Brasile, nocciole, pinoli, pistacchi), da scegliere con cura: anche se sempre più frequentemente i semi (o il legume, nel caso si parli di arachidi) sono venduti già “puliti” e lavorati – quindi macinati, oppure arrostiti, tostati, spellati, salati, affumicati, caramellati – vive ancora l’uso di poterli trovare – sia sfusi, sia confezionati – ancora nel loro guscio. In genere questa seconda soluzione (ancor di più negli sfusi) comporta un minor prezzo del prodotto, in conseguenza della minore lavorazione, ma richiede più attenzione nella scelta: per esempio controllate che il guscio sia privo di fessurazioni, buchi o tracce di muffa, e se scuotendoli sentite rumore al suo interno lasciatelo perdere, perché significa che il seme è rinsecchito.

Un altro aspetto da considerare, al momento dell’acquisto, è la comparazione fra il prezzo fra prodotto pulito e quello col guscio: considerate che la parte non edibile – quindi quella che butterete – è comunque considerata nel peso, a un più attento esame potrebbe rivelarsi vantaggioso il prezzo del prodotto già sgusciato.

A fare buona compagnia alla frutta secca è spesso quella essiccata, ottenuta dalla eliminazione parziale dell’acqua dal frutto, per conservarla più a lungo: il frutto – si scelgono in genere i più zuccherini – può essere essiccato secondo svariati procedimenti, vale a dire ad aria, per calore solare, o in essiccatoi a calore artificiale per circolazione d’aria calda. Nel consumo di questi prodotti si trovano in testa – almeno per le nostre abitudini alimentari – le prugne, però non sono da meno (e quindi da imparare a mettere in dispensa per consumarli!) fichi, prugne, uva, ma anche albicocche, mele, pere, pesche insieme alle più esotiche banane e poi datteri, cocco, papaya. La lavorazione (che consiste nel lavaggio, snocciolatura, affettatura, trattamento con acqua bollente, con acidi e con alcali) che precede l’essiccazione può essere eseguita mano o meccanicamente: inoltre, per evitare che l’ossidazione renda la frutta scura, è sottoposta a un trattamento con anidride solforosa, valida anche per la sua attività antibatterica.

Alessandra Chirimischi

 

 

La dieta mediterranea

Con questo libro l’armonia fra i termini “libro” e “benessere” è particolarmente azzeccata: infatti, non soltanto di attinge dalla lettura quella piacevolezza che porta a uno stato empatico con il protagonista di un libro, ma va ben oltre, toccando il benessere fisico legato a un modo di intendere la vita, nella sua quotidianità.

“La dieta mediterranea. Mito e storia di uno stile di vita”, scritto dall’antropologa Elisabetta Moro, analizza – grazie ai risultati di una ricerca articolata e dettagliata – il significato più profondo della “dieta mediterranea”, riferimento oggi utilizzato spesso impropriamente, e che grazie ai contenuti di questa pubblicazione ci è dato di conoscere in modo corretto.

La tecnica narrativa è molto scorrevole, gradevole anche per i non addetti ai lavori (proprio perché rivolta a un vasto pubblico), che porta a sognare utilizzando le parole come pennellate di colore: chiudi gli occhi per un attimo e… senti le cicale cantare sotto il caldo sole estivo, al naso ti arriva l’odore forte sprigionato delle erbe aromatiche, percepisci lo scorrere di fresche acque ristoratrici. E laggiù lui, il mare, il nostro bellissimo Mediterraneo lampeggiante sotto i bagliori del sole. O della luna.

Questo libro è scienza, per il modo con il quale racconta anni di ricerche rigorose condotte dai coniugi Ancel e Margaret Keys, ma è anche attualità e storia, perché racconta come la loro eredità culturale sia stata da alcuni Paesi del Mediterraneo apprezzata e come, di conseguenza, i loro governi si siano impegnati affinché la dieta mediterranea fosse dichiarata patrimonio dell’umanità dall’UNESCO.

È poi arricchito con notizie curiose e interviste, riflessioni sul cibo e sul mondo che intorno a questi gira: in realtà si tratta di tanti piccoli mondi, uno per ciascuno dei luoghi e dei modi in cui il cibo è preparato e consumato. In quest’ottica, il libro diventa uno strumento che ci aiuta a capire le nostre origini, facendocele apprezzare e, forse, talvolta guardare per la prima volta sotto il giusto profilo.

Alessandra Chirimischi

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Solo pane

Una storia come tante: lei che lascia il proprio lavoro e la casa natale per entrare nel nuovo ruolo di moglie. Una moglie – nel caso di Wynter Morrison, protagonista del romanzo “Solo pane” di Judi Hendricks – perfetta per il perfetto principe azzurro con il quale è convolata a nozze: impeccabili abiti firmati, indossati con signorile eleganza in occasioni mondane quando incontra gli amici/clienti del marito, inappuntabile padrona di una splendida casa in uno dei quartieri più eleganti della città… insomma, una moglie perfettamente plasmata a ciò che ci si aspetta da lei. Per sette anni vive un matrimonio felice, o apparentemente tale, fin quando si rompe l’incantesimo. E le certezze crollano.

Sull’inizio Wynter fatica non solo ad accettare l’idea che il marito voglia lasciarla, ma addirittura cade in uno stato di profonda depressione nell’attesa che lui torni in sé: un’attesa inutile quanto dolorosa, dalla quale però pian piano inizia a prendere forma la voglia di rimettersi in piedi, una volontà che… lievita insieme alla consapevolezza che la realtà è cambiata, e occorre costruirsi una nuova vita. Acquisisce finalmente il giusto atteggiamento per vincere.

È nel pane che Wynter trova il suo antidoto alla tristezza. O, meglio, lo trova nel fare il pane. Il piacere di impastarlo, di preparare il lievito madre, di imparare i segreti della panetteria: seguendo il profumo del pane torna con la memoria alla gioventù, quando ancora studentessa – durante una vacanza estiva trascorsa nella Francia meridionale – imparò l’arte nella panetteria. Ricordi che si inframmezzano con la ricerca della propria identità e di una nuova vita che pian piano prende forma intorno alla sua personalità, ai suoi desideri fino a sbocciare nella sua pienezza nel momento in cui Wyn riesce ad accettare la realtà per quella che è. Nel momento in cui riesce dalle difficoltà a trovare la via di uscita positiva, per se stessa.

Ha superato il proprio dolore grazie a una forza di volontà che è cresciuta in le delicatamente, come avviene con il pane quando è preparato con amore: il meraviglioso pane il cui profumo è per lei un antidepressivo naturale, la terapia più efficace quando affonda le mani nella farina e la impasta inebriandosi con l’odore del lievito da lei stessa preparato.

Dall’epilogo forse un po’ scontato – il classico lieto fine, come nelle fiabe, che però non vi raccontiamo per non rovinare la lettura – il romanzo è davvero molto gradevole, e pure originale per il ruolo da co-protagonista che viene riservato proprio al pane, con una trama nella quale molte donne si caleranno, sia per simpatia sia per empatia.

Dulcis in fundo, ma non cosa da poco, nel libro ci sono alcune interessanti ricette per preparare il pane, e pure qualche dolce con le ricette di una volta: vuoi vedere che potrà diventare anche il vostro toccasana?

Alessandra Chirimischi

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Voglia di Vivere Mese di Ottobre

Ottobre, mese in…?

Ottobre: mese in rosa, mese della prevenzione e mese a volte messo in discussione da alcune donne che sostengono che il cancro non è riconducibile a un nastro rosa.
Ma se iniziassimo a pensare a ottobre come mese…di rispetto che sia in rosa o no?!?!?

Quando una donna incontra il tumore nel corso della sua vita, non riceve anche un manuale di istruzioni sull’atteggiamento da tenere, sul comportamento da avere.
Questo uragano, come spesso viene definito, travolge e coinvolge passato, presente e futuro e, ad esso, ogni persona risponde con gli strumenti che ha.
Uno spirito combattivo o un atteggiamento più dimesso, la presenza di una rete sociale di sostegno o una situazione di isolamento, la paura o la realtà di una recidiva… sono aspetti che non si prevedono, che non hanno una causa unica e ben definibile ma sono fattori dinanzi ai quali ci si può trovare. E, soprattutto, non si scelgono.
Qualcuna, quindi, potrà andare a ricercare un ambiente con altre donne piene di iniziativa e di voglia di fare, altre, invece, ricercheranno uno spazio più raccolto, altre ancora avranno bisogno di parlare della propria malattia e del proprio vissuto, altre, infine, sceglieranno una maggiore riservatezza.

Le possibilità sono tante, quante le persone che vivono questa realtà e le scelte mutevoli nel tempo.
Ma non ne esiste una più giusta o una più sbagliata, ognuno si muove in base alla propria storia, alle proprie possibilità e alle risorse a cui può accedere o meno. L’importanza delle iniziative di questo mese serve a informare, ricordare, creare dei legami, tessere dei fili fra le donne che hanno vissuto o stanno vivendo questa battaglia. Parlare significa esplicitare, far emergere, fare il contrario di nascondere una realtà che interessa ogni anno migliaia di donne e se ci si trova a dover scalare da soli una montagna o si sente che intorno ci sono persone, strutture, realtà che possono accompagnare, sorreggere, questo fa la differenza.

E se si provasse a pensare al rosa come “colore del rispetto”? Perché non è una sfida, ma un condividere, un affrontare la malattia oncologica in fasi diverse in cui i bisogni sono vari ma parimenti legittimi, importanti e bisognosi di accoglienza. Rispetto per se stesse e per le altre, per chi riesce a convivere con un corpo cambiato e per chi, invece, ha difficoltà ad accettarlo.
La malattia oncologica fa paura, la possibilità di una recidiva o il suo effettivo manifestarsi sono delle ombre che, nella maggior parte delle volte, accompagnano il quotidiano, ma quando non ci si sente soli le cose diventano più vivibili.
Perché il rosa possa essere un colore che unisce piuttosto che divide e le sfumature, si sa, possono essere davvero tante.

 

Claudia Bonari

La dietista raccomanda… il fico

I fichi sono frutti dolci e molto nutrienti, ricchi di vitamine e sali minerali, tra cui il calcio utile alla salute delle ossa. I fichi secchi hanno una maggiore concentrazione di calorie e zuccheri dovuta alla mancanza di acqua, che viene persa nel processo di essiccazione. Le proprietà nutritive sono le stesse dei freschi ma i fichi secchi contengono molte più calorie, quindi bisogna consumarli con più moderazione soprattutto se non vogliamo aumentare di peso.

Oltre al classico utilizzo come frutta a fine pasto o sfiziosa merenda vi consiglio il loro utilizzo confettura di fichi fatta in casa oppure un originale risotto ai fichi o addirittura come antipasto sotto forma di un carpaccio di fichi! I fichi in questo caso vengono abbinati alla mozzarella, al parmigiano in scaglie e ad erbe aromatiche come il rosmarino. Se gradito si può aggiungere del pepe nero e del pepe verde per condire.

Lisa Sequi

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