In cerca di parole

Donne fra loro molto diverse, ma allo stesso tempo molto uguali, hanno appena terminato il primo dei “cammini di parole” organizzati con il laboratorio letterario di Voglia di Vivere. È stata una gran bella esperienza, coinvolgente perché attraverso gli esercizi di scrittura ciascuna ha avuto modo di scoprire alcuni aspetti meno evidenti della propria personalità, ma anche di dare forma a sensazioni che altrimenti sarebbero rimaste chiuse.

Donne uguali, dicevamo, assimilate dal piacere di mettersi a confronto prima di tutto con loro stesse, ma anche predisposte all’ascolto de l’“altra” arricchendosi vicendevolmente, e che proprio per questo possono meglio apprezzare le sfumature che differenziano ciascuna, rispettandole. Il risultato – quello che va oltre gli elaborati, peraltro di grande interesse – è stato il consolidarsi di un senso di amicizia che le trova accomunate nella condivisione di valori, aspettative, consapevolezza verso il futuro.

Presto il laboratorio letterario inizierà un nuovo ciclo di incontri, sempre finalizzato a generare parole che sappiano assecondare le nostre emozioni. Intanto un grazie per l’entusiasmo condiviso dalle prime partecipanti, dando appuntamento al prossimo laboratorio: perché ci sono ottimi motivi per continuarlo!

Per restare aggiornati telefonare o scrivere in Associazione

0573 964345, vogliadivivere@vdvpistoia.org

Cammini di parole

Quello che ci avviamo a intraprendere è un nuovo cammino, che ci avvicina all’uso di uno strumento che ci supporta nella scoperta del nuovo, del nostro nuovo. Il laboratorio letterario ha proprio questo scopo, ovvero alimentare la già rigogliosa “comunità del benessere” attiva in Voglia di Vivere con un nuovo tassello, che darà ulteriore vigore e colore alla bella realtà cittadina.

Perché il laboratorio letterario? Lo abbiamo già raccontato in altri articoli, argomentando sia i motivi che ci hanno indotte a volerlo sia i benefici che può assecondare nelle nostre emozioni. Amiche e amici di Voglia di Vivere, non resta che prendere carta, penna e… mettiamoci pure il calamaio, per iniziare questa nuova avventura!

  • Dove: non appena sarà possibile organizzare gli incontri in presenza, lo faremo alla sede di Voglia di Vivere. Nel frattempo ci troveremo sulla piattaforma GoogleMeet.
  • Quando: abbiamo pensato a un ciclo di 4 incontri di circa 90 minuti ciascuno, con cadenza quindicinale (perciò della durata complessiva di 2 mesi), terminato il quale ne inizierà un altro, e così via. A cambiare sarà il tema trattato in ogni ciclo, e se ci prendete gusto potete partecipare… all’infinito. In fondo, la continuità è una prerogativa di tutti i servizi offerti da Voglia di Vivere.
  • Come partecipare: è facile, basta telefonare o scrivere in Associazione (0573 964345, vogliadivivere@vdvpistoia.org) e prenotarsi. Le iscrizioni per le socie e i soci Voglia di Vivere sono gratuite, per gli altri sarà richiesto un piccolo contributo.

Le camminate fanno parte di noi, anche quando si tratta di cammini fatti di parole: noi siamo pronte a partire, come sempre insieme!

 

Soltanto gli imbecilli non lo sanno

Leggendo il titolo avrete pensato che a Voglia di Vivere siamo impazzite: usare certe parolacce! Che screanzate! Ma no amiche, non inquietatevi perché tutto è sotto controllo, tanto è vero che abbiamo attinto alle parole scolpite sulla carta da una delle più belle figlie di Pistoia, e che abbiamo trovato perfette per introdurre un tema che ci sta tanto a cuore, ovvero narrare la nostra… pazienza (nel senso di esperienza come pazienti!).

Perciò andiamo avanti serenamente nella lettura, predisponendo l’animo ad accogliere l’essenza di una delle tante riflessioni della preziosa eredità culturale lasciataci da Gianna Manzini: «La malattia è ricchezza. Soltanto gli imbecilli non lo sanno. Mai la vita è così ardente, così copiosa, così avida come nella malattia. Apre mille prospettive, con mille incroci, con mille probabilità, la malattia.» (la citazione è tratta dal romanzo “Sulla soglia”, pubblicato nel 1973).

Pur meritando tutta la nostra attenzione, come ogni altro lavoro della illustre concittadina, non vogliamo qui recensire quelle pagine, sarebbe riduttivo e poco rispettoso della nostra amica Gianna. Piuttosto, vogliamo prenderne spunto per rivolgere a voi un invito, a raccontare il vostro pensiero su questo argomento: la malattia, quel percorso che avete intrapreso per rinnovare la Vita.

Un percorso dal quale Voglia di Vivere è stata generata, e al quale costantemente rinnova attenzione. Questa volta lo fa mettendo a disposizione una nuova occasione da vivere insieme per condividere emozioni, pensieri, esperienze: l’Atelier della Parola, un laboratorio di scrittura – e, perché no, anche di lettura – in cui sarete libere di raccontare tutto quello che vi passa per la testa. E se lo riterrete utile, il percorso di scrittura potrà essere approfondito con il supporto delle nostre psicologhe, Claudia Bonari e Beatrice De Biasi.

Anche nel laboratorio di scrittura, come vero per ogni altra attività in associazione, sarete assistite da una professionista del settore – in questo caso Alessandra Chirimischi – che saprà suggerirvi qualche dritta utile a far sì che le vostre parole possano essere valorizzate con la bella scrittura. Ecco un altro esempio di resilienza creativa, per trasformare il dolore in preziosa risorsa.

 

Curarsi con i libri

Questo libro è particolarmente utile prima delle vacanze, quando dobbiamo scegliere la compagnia più adatta da portare con noi al mare o ai monti, in pineta o in piscina… ovunque andremo a trascorrere un periodo di riposo, perché se leggere fa bene in vacanza fa ancora meglio! Non è certo un farmaco miracoloso, non sostituisce alcun genere di terapia, ma di sicuro la lettura di un buon libro può fare soltanto bene, e per svariati motivi.

Innanzitutto è un elisir di benessere che non ha controindicazioni, va bene per tutti e per tutte le età. Poi, se vogliamo tirare in ballo età, è anche vero che uno stesso libro letto in momento diversi della vita è come nuovo: ogni nostra esperienza ce lo fa leggere con occhi diversi, permettendoci di cogliere sfumature prima non percepite. Se da un lato la nostra sensibilità è resa più acuta, dall’altro permette di confrontare il nostro essere proprio con se stesso, a patto che si abbia voglia di guardarsi con spirito critico. E se l’esperienza della corporeità che avanza ci limita nel fare o non fare alcune cose, la lettura toglie ogni barriera materiale liberando la mente che, assecondando i propri desideri, ci fa indossare i panni del personaggio preferito, insieme al quale gioire e soffrire – a seconda del caso – condividendo ogni sua emozione.

È la chiave di lettura per interpretare l’approccio terapeutico proposto da Ella Berthoud e Susan Elderkin – pittrice ed insegnante di arte la prima, scrittrice la seconda – che nel 2008 hanno fondato un servizio di biblioterapia con la School Life di Londra: insieme hanno anche scritto Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno, una sorta di dizionario in cui si indicano libri terapeutici per disturbi vari “dalla A alla Z”: temete l’abbandono o il divorzio? Voi o qualcuno che vi è caro è gravemente ammalato? Siete stressati, tormentati da incubi, non riuscite a dormire? Smettere di fumare è proprio impossibile? Un uomo sente venir meno la propria virilità? Dolori del corpo e dolori del cuore trovano risposta con semplicità e immediatezza, perché alla voce corrispondente (abbandono, cancro, divorzio, fumo, impotenza, incubo, malattia, stress e via dicendo) si hanno proposte di lettura in cui potersi immergere e capire che… pur non essendo elisir che fanno sparire il problema, i libri danno però un grande aiuto, se non altro per alleggerire la tensione.

Curarsi con i libri è molto attuale, introducendo in modo simpatico e competente alla biblioterapia, argomento che da solo sa offrire molti spunti per condividere anche con altri le difficoltà che stiamo vivendo: si legge con piacere ed è un aiuto prezioso, veramente utile da avere nella biblioteca personale.

Alessandra Chirimischi

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Il bello della bicicletta

Delle tante declinazioni in cui la famosa locuzione Cogito ergo sum è stata coniugata, troviamo particolarmente azzeccata quella che Marc Augé usa nel suo libro “Il bello della bicicletta”: pedalo quindi sono. Nel libro, Augé compie una analisi del rapporto fra individuo e bicicletta, andando ben oltre l’idea di stampo “salutista” alla quale siamo abituati associare pedalate e benessere. Infatti, tutti siamo consapevoli che usare questo mezzo faccia bene a noi e all’ambiente, ma non sempre consideriamo che l’andare in bicicletta è anche molto di più: quello cui Augè guarda, con gli occhi dell’antropologo, attribuendo a questo mezzo funzioni di rilevante impatto sociale.

Intanto, con la bici non si inganna, con lei siamo messi corpo a corpo con noi stessi in una prova di esaltante solitudine, di esperienza intima e individuale. Al tempo stesso è però occasione di socializzazione, reinventando legami cui gli esseri viventi sono naturalmente propensi, stimolando la gioia di vivere.

Stuzzica la fantasia trova spazi progettuali, di cui Augé porta esempi di esperienze vissute, a Parigi ma anche in altre città italiane, come alcuni capoluoghi Emiliani.

Non tralascia riflessioni su come una città potrebbe essere concepita per darle una dimensione meglio vivibile, pronta ad accogliere le due ruote per farle diventare fulcro di rinnovata armonia fra persone e organizzazione sociale. Abbiamo bisogno di percepire il mondo con naturalezza, e la bici è il mezzo principe per recuperare il senso della città e l’esperienza di libertà, troppo spesso soffocati.

Per introdurre tutti questi concetti, l’autore parte da lontano, ripercorrendo le tappe (è proprio il caso di dirlo!) del ciclismo e della cultura popolare che costruirono sulla bici un vero e proprio mito. Un libro davvero piacevole.

Alessandra Chirimischi

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Fai bei sogni

Nonostante tutto: ecco la chiave di lettura per questo libro, una filosofia di vita da applicare a ogni genere di situazione possa capitarci. A sedurre è una storia di dolore, perché di questo si tratta, ma proprio per questo riesce a rapire l’anima del lettore, attivando tutta l’empatia che sia possibile provare verso un bambino sofferente e verso i condizionamenti che porterà con sé per tutta la vita. È la storia in cui, se non tutti, molti si vedono come riflessi in uno specchio: poteva non essere coinvolgente? Una storia vera, vissuta e raccontata da Massimo Gramellini nel suo libro Fai bei sogni, il cui successo è stato determinato non soltanto per la nota abilità con cui sa giocare con le parole, bensì proprio da ciò che la storia rappresenta: una confessione, una condivisione nella fatica del crescere in cui ciascuno a modo proprio si identifica. Perché crescere è faticoso, anche se… nonostante tutto (o forse proprio per questo?) possiamo farcela, se mai smettiamo di sognare.

Quel nonostante tutto fa mutare ogni prospettiva, induce a riflessioni profonde sul fatto che, ci piaccia o no, la vita è un divenire, un banchetto in cui ci sono offerte sia vivande gradevoli sia sgradite. Piaccia o no, non sempre ci è concesso di scegliere, dobbiamo quindi imparare a convivere anche la sorte avversa, e con tutto ciò che comporta. Niente, però, può toglierci la bellezza dei nostri sogni, del voler continuare a coltivare la nostra voglia di vivere… nonostante tutto.

Alessandra Chirimischi

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A bottega dal Maestro di Cazzeggio

Si fa presto a dire “cazzeggio”, ma mica penserete di poterlo fare così, senza alcun criterio o logica: un cazzeggio degno di esser tale – quello serio – va fatto con tutti i crismi, che diamine! Perciò, come ogni altra attività che si rispetti, richiede adeguato periodo di apprendistato, pur riconoscendo che taluni siano naturalmente predisposti a farlo mentre altri no: in ogni caso, l’arte va sempre affinata per renderla protesa a divenir perfetta…

Come avrete notato – se ci frequentate abitualmente – il modo in cui ci esprimiamo è inconsueto rispetto al solito, ma dopo aver letto il libro “A bottega dal Maestro di Cazzeggio” e aver fatto tesoro dei suoi insegnamenti, non potevamo esimerci dal giocare un po’ con le parole! Avete già capito che questo libro ci è piaciuto molto, vero? E ci è piaciuto non solo perché, in quanto libro, rappresenta di per sé un viatico a star bene, ma anche per la piacevole ironia con la quale è scritto, che diventa il naturale viatico alla via del cazzeggio fatto come… gli dei, nessuno escluso, comandano! E se l’umore è buono, è cosa nota, stiamo proprio meglio.

A istruire sul grande gioco del cazzeggio è Massimo Tallone, personaggio che conosce così bene le parole da poter giocare con loro, fornendo simpaticamente ai neofiti le nozioni iniziatiche, e perfezionando i più esperti verso la sublimazione dello stare piacevolmente insieme agli altri. Il libro è strutturato in 32 lezioni, con le istruzioni basilari: come fare per ottenere i risultati migliori (a cominciare dalla scelta di vino più adatto ad accompagnare ogni occasione), ma anche come “sgamare” un cazzeggiatore fasullo che, manchevole dei requisiti necessari a partecipare al gioco, rovinerebbe di sicuro l’atmosfera.

È un vero e proprio manuale per sopravvivere con successo nella nostra società malata, è una via di fuga dalle tensioni, e se a suo tempo avete apprezzato il “Manuale delle Giovani Marmotte”, sarete oggi facilitati nell’apprezzare – traendone gli opportuni benefici – le lezioni di Massimo Tallone. Esilarante!

Alessandra Chirimischi

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La versione di Fenoglio

Si fa presto a dire “giallo”… anche se il libro di cui stiamo per parlare risponde pienamente ai criteri letterari che questo genere prevede, ovvero una narrazione su misteriosi delitti e indagini poliziesche, strutturata per creare una suspense tale da tenere il lettore inchiodato al libro, e col fiato sospeso. Il fatto è, però, che definire “giallo” La versione di Fenoglio è un modo riduttivo di presentarlo. Certamente il suo autore, Gianrico Carofiglio, molta ispirazione l’ha trovata nella sua esperienza di magistrato, resta chiaro dalle numerose citazioni della legge, che danno valore all’operato del protagonista, carabiniere ormai vicino alla pensione.

A colpire di più, però, è il costante richiamo a ciò in cui tutti ci troviamo – o dovremmo trovarci – coinvolti: la quotidianità, le cose che abbiamo intorno, ciò che diamo per scontato e che, invece, meriterebbe più attenzione. A fare splendidamente da spalla a Fenoglio è Giulio, un giovane rampollo di buona famiglia: si incontrano durane la fisioterapia, e fra un esercizio e l’altro diventano amici, anzi complici in una ricerca introspettiva che sbalordisce per chiarezza e obiettività, e che mette il lettore nella posizione di porsi molte domande.

Lo fa proponendo insolite chiavi di lettura: per esempio l’investigazione – vale a dire il lavoro che Fenoglio ha svolto per tutta la vita – si presenta per quello che realmente è, una vera e propria arte in cui non c’è spazio per alcun limite, a cominciare dalla superficialità. Ricorda, di conseguenza, che siamo tutti pessimi osservatori, prima di tutto di noi stessi. E, ancora, ricorda che le indagini non son procedure lineari bensì “Il risultato investigativo – ma in realtà più in generale la nostra comprensione delle nostre esperienze – dipende da un procedere per tentativi”: in fondo, aggiungiamo noi, non è esattamente ciò che facciamo quando la nostra vita viene buttata all’aria da un fatto doloroso? Anche questo ci insegna il “giallo”, fa parte della finalità narrativa riportare ordine dove qualcosa ha provocato disordine, a ripristinare le regole: ciascuno ha le sue “Alcune hanno senso, altre meno. Ma tutte insieme servono a farci funzionare, a farci tirare avanti.”

La versione di Fenoglio è un libro che offre molto al lettore, che certamente esce fortificato dalla lettura. È un libro scritto con appropriatezza, con la competenza di chi sa rendere piacevole anche l’argomento più ostico perché lo conosce bene. È un libro che, nonostante lo spessore del contenuto, sa offrirsi con pacatezza, a tratti con leggerezza, quella data da una pennellata “rosa” nelle vicende di un carabiniere gentiluomo.

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La corriera stravagante

Anche lungo la più lineare e scontata delle vie, a un certo punto si arriva a dover decidere dove andare, quale percorso intraprendere perché la strada presenta una svolta che – come ogni cambiamento – ci porta alla soglia dell’inaspettato. Se poi a qualcuno capita di arrivare alla “svolta dei ribelli”, il cambiamento non può che manifestarsi come sorprendente. Assecondando – e solo per questo motivo – lo stile abituale che ha fatto scegliere paesaggi e personaggi californiani come ambientazione dei suoi romanzi, con La corriera stravagante – edito per la prima volta negli Stati Uniti nel 1947 – John Steinbeck lasciò pubblico e critica piuttosto stupiti per essersi posto con un’insolita verve narrativa, carica di tratti ironici e dalla sottile intenzione allegorica, scelti per raccontare le vicende di un gruppo di viaggiatori che, a causa di un guasto alla corriera che li trasporta, si trovano loro malgrado a dover soggiornare proprio alla svolta dei ribelli. Così chiamata perché i primi pionieri che ci arrivarono erano fabbri rozzi e attaccabrighe, dopo che cadde in malora quella che una volta era stata la loro fucina – trasformata nel frattempo in area di sosta con autorimessa e distributore di benzina – nei primi anni Trenta del Novecento fu rilevata dai coniugi Chicoy, grazie ai quali la svolta dei ribelli – perché ormai così continuava a chiamarsi – cambiò totalmente aspetto, diventando una simpatica stazione di servizio, con tanto di ristorante in cui Alice Chicoy stuzzicava gli avventori con le sue prelibatezze. E la svolta divenne anche stazione di cambio per i Levrieri, gli autobus di lusso che lasciavano qui i passeggeri diretti a San Juan de la Cruz, dove arrivavano grazie al servizio autobus che Mr. Chicoy gestiva insieme al garage.

È nella ventata di simpatia portata dai Chicoy alla rinnovata svolta dei ribelli, che si accende il romanzo: la convivenza fra sconosciuti – costretti a una sosta forzata e prolungatasi ben oltre il previsto – innesca la miccia per una variegata esplosione di stati d’animo, per quel gioco allegorico accennato prima in cui l’umanità è espressa in una carambola di atteggiamento inusuali, che lasciano spesso stupiti gli stessi protagonisti. Intrighi, complicità, sotterfugi, litigi… la narrazione ci offre un campionario di personalità come raramente accade di leggere, atteggiamenti inusuali, di gente che per qualche motivo perde il senso del controllo, e che per questo anima vicende che, in diverse condizioni, probabilmente mai sarebbero accadute. Un romanzo divertente, dal quale si percepisce un autore probabilmente divertito nel giocare con i personaggi che qui ha narrato.

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Donne che comprano fiori

Tanto diverse da non far pensare a qualche possibile legame fra loro. Invece… è un sottile filo rosso – quello della forza e della solidarietà – a legare la vita delle donne che animano questo romano. Donne arrivate al bivio, donne messe davanti a realtà difficili, a responsabilità pesanti dalle quali hanno necessità di scostarsi, donne che fra loro non si conoscono, ma che cedono al richiamo del Giardino dell’Angelo, un negozio di fiori molto speciale nel cuore di Madrid: sta lì da oltre 200 anni, di storie ne ha viste e custodite molte.

Il Giardino dell’Angelo è curato e gelosamente custodito da Olivia – donna saggia e misteriosa che sa guidare le cinque più o meno quarantenni gravitanti nella sua oasi – dice un giorno a Marina, protagonista e voce narrante del romanzo: « ho vissuto abbastanza da sapere che c’è un momento nella vita di ogni persona in cui quest’ultima ha la possibilità di fare un cambiamento radicale, a centottanta gradi. Un’unica e grande opportunità per crescere. La pienezza. Il grande giro di boa della storia della tua vita. E sì, ci sono persone che ne approfittano e altre no».

Galeotta fu la piacevolezza di sangria e vino bianco fresco, a cullare una calda notte d’estate, mix azzeccato per fugare ogni inibizione e lasciarsi andare, se circondati da persone che possono comprendere. E fra loro si comprendevano, perfettamente: insieme a Marina, Aurora, Casandra, Gala, Victoria riconoscevano che «Vivere è un compito urgente!», convinzione sulla quale hanno creato un loro piccolo mondo al femminile, dove sostenersi, stimolarsi, assistersi per uscire vincenti dal bozzolo, farfalle aperte alla vita.

È una bella storia di solidarietà che va oltre il femminismo spicciolo al quale siamo abituati, perché lo travalica nel rispetto della personalità individuale. Valore sempre più difficile da trovare, e che forse proprio per questo ancora riesce a svegliare gli animi. Non a caso il sottile filo rosso che dicevamo all’inizio, si spande a dismisura su di lui, il magnifico elemento che è il mare, quello che mette a confronto una persona con la propria essenza. Un vero e proprio invito a non smettere mai di lottare, a non accettare la banalità dello stabilito.

Uscito dalla fresca vena letteraria della giovane Vanessa Montfort, Donne che comprano fiori è una storia intensa, nella quale ogni donna (ma anche ogni uomo, se ha il coraggio di guardarsi onestamente nell’anima) ha la possibilità di identificarsi, e di usarlo come strumento per ri-trovarsi.

Alessandra Chirimischi

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