Il bello della bicicletta

Delle tante declinazioni in cui la famosa locuzione Cogito ergo sum è stata coniugata, troviamo particolarmente azzeccata quella che Marc Augé usa nel suo libro “Il bello della bicicletta”: pedalo quindi sono. Nel libro, Augé compie una analisi del rapporto fra individuo e bicicletta, andando ben oltre l’idea di stampo “salutista” alla quale siamo abituati associare pedalate e benessere. Infatti, tutti siamo consapevoli che usare questo mezzo faccia bene a noi e all’ambiente, ma non sempre consideriamo che l’andare in bicicletta è anche molto di più: quello cui Augè guarda, con gli occhi dell’antropologo, attribuendo a questo mezzo funzioni di rilevante impatto sociale.

Intanto, con la bici non si inganna, con lei siamo messi corpo a corpo con noi stessi in una prova di esaltante solitudine, di esperienza intima e individuale. Al tempo stesso è però occasione di socializzazione, reinventando legami cui gli esseri viventi sono naturalmente propensi, stimolando la gioia di vivere.

Stuzzica la fantasia trova spazi progettuali, di cui Augé porta esempi di esperienze vissute, a Parigi ma anche in altre città italiane, come alcuni capoluoghi Emiliani.

Non tralascia riflessioni su come una città potrebbe essere concepita per darle una dimensione meglio vivibile, pronta ad accogliere le due ruote per farle diventare fulcro di rinnovata armonia fra persone e organizzazione sociale. Abbiamo bisogno di percepire il mondo con naturalezza, e la bici è il mezzo principe per recuperare il senso della città e l’esperienza di libertà, troppo spesso soffocati.

Per introdurre tutti questi concetti, l’autore parte da lontano, ripercorrendo le tappe (è proprio il caso di dirlo!) del ciclismo e della cultura popolare che costruirono sulla bici un vero e proprio mito. Un libro davvero piacevole.

Alessandra Chirimischi

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Curarsi con i libri

Questo libro è particolarmente utile prima delle vacanze, quando dobbiamo scegliere la compagnia più adatta da portare con noi al mare o ai monti, in pineta o in piscina… ovunque andremo a trascorrere un periodo di riposo, perché se leggere fa bene in vacanza fa ancora meglio! Non è certo un farmaco miracoloso, non sostituisce alcun genere di terapia, ma di sicuro la lettura di un buon libro può fare soltanto bene, e per svariati motivi.

Innanzitutto è un elisir di benessere che non ha controindicazioni, va bene per tutti e per tutte le età. Poi, se vogliamo tirare in ballo età, è anche vero che uno stesso libro letto in momento diversi della vita è come nuovo: ogni nostra esperienza ce lo fa leggere con occhi diversi, permettendoci di cogliere sfumature prima non percepite. Se da un lato la nostra sensibilità è resa più acuta, dall’altro permette di confrontare il nostro essere proprio con se stesso, a patto che si abbia voglia di guardarsi con spirito critico. E se l’esperienza della corporeità che avanza ci limita nel fare o non fare alcune cose, la lettura toglie ogni barriera materiale liberando la mente che, assecondando i propri desideri, ci fa indossare i panni del personaggio preferito, insieme al quale gioire e soffrire – a seconda del caso – condividendo ogni sua emozione.

È la chiave di lettura per interpretare l’approccio terapeutico proposto da Ella Berthoud e Susan Elderkin – pittrice ed insegnante di arte la prima, scrittrice la seconda – che nel 2008 hanno fondato un servizio di biblioterapia con la School Life di Londra: insieme hanno anche scritto Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno, una sorta di dizionario in cui si indicano libri terapeutici per disturbi vari “dalla A alla Z”: temete l’abbandono o il divorzio? Voi o qualcuno che vi è caro è gravemente ammalato? Siete stressati, tormentati da incubi, non riuscite a dormire? Smettere di fumare è proprio impossibile? Un uomo sente venir meno la propria virilità? Dolori del corpo e dolori del cuore trovano risposta con semplicità e immediatezza, perché alla voce corrispondente (abbandono, cancro, divorzio, fumo, impotenza, incubo, malattia, stress e via dicendo) si hanno proposte di lettura in cui potersi immergere e capire che… pur non essendo elisir che fanno sparire il problema, i libri danno però un grande aiuto, se non altro per alleggerire la tensione.

Curarsi con i libri è molto attuale, introducendo in modo simpatico e competente alla biblioterapia, argomento che da solo sa offrire molti spunti per condividere anche con altri le difficoltà che stiamo vivendo: si legge con piacere ed è un aiuto prezioso, veramente utile da avere nella biblioteca personale.

Alessandra Chirimischi

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Fai bei sogni

Nonostante tutto: ecco la chiave di lettura per questo libro, una filosofia di vita da applicare a ogni genere di situazione possa capitarci. A sedurre è una storia di dolore, perché di questo si tratta, ma proprio per questo riesce a rapire l’anima del lettore, attivando tutta l’empatia che sia possibile provare verso un bambino sofferente e verso i condizionamenti che porterà con sé per tutta la vita. È la storia in cui, se non tutti, molti si vedono come riflessi in uno specchio: poteva non essere coinvolgente? Una storia vera, vissuta e raccontata da Massimo Gramellini nel suo libro Fai bei sogni, il cui successo è stato determinato non soltanto per la nota abilità con cui sa giocare con le parole, bensì proprio da ciò che la storia rappresenta: una confessione, una condivisione nella fatica del crescere in cui ciascuno a modo proprio si identifica. Perché crescere è faticoso, anche se… nonostante tutto (o forse proprio per questo?) possiamo farcela, se mai smettiamo di sognare.

Quel nonostante tutto fa mutare ogni prospettiva, induce a riflessioni profonde sul fatto che, ci piaccia o no, la vita è un divenire, un banchetto in cui ci sono offerte sia vivande gradevoli sia sgradite. Piaccia o no, non sempre ci è concesso di scegliere, dobbiamo quindi imparare a convivere anche la sorte avversa, e con tutto ciò che comporta. Niente, però, può toglierci la bellezza dei nostri sogni, del voler continuare a coltivare la nostra voglia di vivere… nonostante tutto.

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A bottega dal Maestro di Cazzeggio

Si fa presto a dire “cazzeggio”, ma mica penserete di poterlo fare così, senza alcun criterio o logica: un cazzeggio degno di esser tale – quello serio – va fatto con tutti i crismi, che diamine! Perciò, come ogni altra attività che si rispetti, richiede adeguato periodo di apprendistato, pur riconoscendo che taluni siano naturalmente predisposti a farlo mentre altri no: in ogni caso, l’arte va sempre affinata per renderla protesa a divenir perfetta…

Come avrete notato – se ci frequentate abitualmente – il modo in cui ci esprimiamo è inconsueto rispetto al solito, ma dopo aver letto il libro “A bottega dal Maestro di Cazzeggio” e aver fatto tesoro dei suoi insegnamenti, non potevamo esimerci dal giocare un po’ con le parole! Avete già capito che questo libro ci è piaciuto molto, vero? E ci è piaciuto non solo perché, in quanto libro, rappresenta di per sé un viatico a star bene, ma anche per la piacevole ironia con la quale è scritto, che diventa il naturale viatico alla via del cazzeggio fatto come… gli dei, nessuno escluso, comandano! E se l’umore è buono, è cosa nota, stiamo proprio meglio.

A istruire sul grande gioco del cazzeggio è Massimo Tallone, personaggio che conosce così bene le parole da poter giocare con loro, fornendo simpaticamente ai neofiti le nozioni iniziatiche, e perfezionando i più esperti verso la sublimazione dello stare piacevolmente insieme agli altri. Il libro è strutturato in 32 lezioni, con le istruzioni basilari: come fare per ottenere i risultati migliori (a cominciare dalla scelta di vino più adatto ad accompagnare ogni occasione), ma anche come “sgamare” un cazzeggiatore fasullo che, manchevole dei requisiti necessari a partecipare al gioco, rovinerebbe di sicuro l’atmosfera.

È un vero e proprio manuale per sopravvivere con successo nella nostra società malata, è una via di fuga dalle tensioni, e se a suo tempo avete apprezzato il “Manuale delle Giovani Marmotte”, sarete oggi facilitati nell’apprezzare – traendone gli opportuni benefici – le lezioni di Massimo Tallone. Esilarante!

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La versione di Fenoglio

Si fa presto a dire “giallo”… anche se il libro di cui stiamo per parlare risponde pienamente ai criteri letterari che questo genere prevede, ovvero una narrazione su misteriosi delitti e indagini poliziesche, strutturata per creare una suspense tale da tenere il lettore inchiodato al libro, e col fiato sospeso. Il fatto è, però, che definire “giallo” La versione di Fenoglio è un modo riduttivo di presentarlo. Certamente il suo autore, Gianrico Carofiglio, molta ispirazione l’ha trovata nella sua esperienza di magistrato, resta chiaro dalle numerose citazioni della legge, che danno valore all’operato del protagonista, carabiniere ormai vicino alla pensione.

A colpire di più, però, è il costante richiamo a ciò in cui tutti ci troviamo – o dovremmo trovarci – coinvolti: la quotidianità, le cose che abbiamo intorno, ciò che diamo per scontato e che, invece, meriterebbe più attenzione. A fare splendidamente da spalla a Fenoglio è Giulio, un giovane rampollo di buona famiglia: si incontrano durane la fisioterapia, e fra un esercizio e l’altro diventano amici, anzi complici in una ricerca introspettiva che sbalordisce per chiarezza e obiettività, e che mette il lettore nella posizione di porsi molte domande.

Lo fa proponendo insolite chiavi di lettura: per esempio l’investigazione – vale a dire il lavoro che Fenoglio ha svolto per tutta la vita – si presenta per quello che realmente è, una vera e propria arte in cui non c’è spazio per alcun limite, a cominciare dalla superficialità. Ricorda, di conseguenza, che siamo tutti pessimi osservatori, prima di tutto di noi stessi. E, ancora, ricorda che le indagini non son procedure lineari bensì “Il risultato investigativo – ma in realtà più in generale la nostra comprensione delle nostre esperienze – dipende da un procedere per tentativi”: in fondo, aggiungiamo noi, non è esattamente ciò che facciamo quando la nostra vita viene buttata all’aria da un fatto doloroso? Anche questo ci insegna il “giallo”, fa parte della finalità narrativa riportare ordine dove qualcosa ha provocato disordine, a ripristinare le regole: ciascuno ha le sue “Alcune hanno senso, altre meno. Ma tutte insieme servono a farci funzionare, a farci tirare avanti.”

La versione di Fenoglio è un libro che offre molto al lettore, che certamente esce fortificato dalla lettura. È un libro scritto con appropriatezza, con la competenza di chi sa rendere piacevole anche l’argomento più ostico perché lo conosce bene. È un libro che, nonostante lo spessore del contenuto, sa offrirsi con pacatezza, a tratti con leggerezza, quella data da una pennellata “rosa” nelle vicende di un carabiniere gentiluomo.

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La corriera stravagante

Anche lungo la più lineare e scontata delle vie, a un certo punto si arriva a dover decidere dove andare, quale percorso intraprendere perché la strada presenta una svolta che – come ogni cambiamento – ci porta alla soglia dell’inaspettato. Se poi a qualcuno capita di arrivare alla “svolta dei ribelli”, il cambiamento non può che manifestarsi come sorprendente. Assecondando – e solo per questo motivo – lo stile abituale che ha fatto scegliere paesaggi e personaggi californiani come ambientazione dei suoi romanzi, con La corriera stravagante – edito per la prima volta negli Stati Uniti nel 1947 – John Steinbeck lasciò pubblico e critica piuttosto stupiti per essersi posto con un’insolita verve narrativa, carica di tratti ironici e dalla sottile intenzione allegorica, scelti per raccontare le vicende di un gruppo di viaggiatori che, a causa di un guasto alla corriera che li trasporta, si trovano loro malgrado a dover soggiornare proprio alla svolta dei ribelli. Così chiamata perché i primi pionieri che ci arrivarono erano fabbri rozzi e attaccabrighe, dopo che cadde in malora quella che una volta era stata la loro fucina – trasformata nel frattempo in area di sosta con autorimessa e distributore di benzina – nei primi anni Trenta del Novecento fu rilevata dai coniugi Chicoy, grazie ai quali la svolta dei ribelli – perché ormai così continuava a chiamarsi – cambiò totalmente aspetto, diventando una simpatica stazione di servizio, con tanto di ristorante in cui Alice Chicoy stuzzicava gli avventori con le sue prelibatezze. E la svolta divenne anche stazione di cambio per i Levrieri, gli autobus di lusso che lasciavano qui i passeggeri diretti a San Juan de la Cruz, dove arrivavano grazie al servizio autobus che Mr. Chicoy gestiva insieme al garage.

È nella ventata di simpatia portata dai Chicoy alla rinnovata svolta dei ribelli, che si accende il romanzo: la convivenza fra sconosciuti – costretti a una sosta forzata e prolungatasi ben oltre il previsto – innesca la miccia per una variegata esplosione di stati d’animo, per quel gioco allegorico accennato prima in cui l’umanità è espressa in una carambola di atteggiamento inusuali, che lasciano spesso stupiti gli stessi protagonisti. Intrighi, complicità, sotterfugi, litigi… la narrazione ci offre un campionario di personalità come raramente accade di leggere, atteggiamenti inusuali, di gente che per qualche motivo perde il senso del controllo, e che per questo anima vicende che, in diverse condizioni, probabilmente mai sarebbero accadute. Un romanzo divertente, dal quale si percepisce un autore probabilmente divertito nel giocare con i personaggi che qui ha narrato.

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Donne che comprano fiori

Tanto diverse da non far pensare a qualche possibile legame fra loro. Invece… è un sottile filo rosso – quello della forza e della solidarietà – a legare la vita delle donne che animano questo romano. Donne arrivate al bivio, donne messe davanti a realtà difficili, a responsabilità pesanti dalle quali hanno necessità di scostarsi, donne che fra loro non si conoscono, ma che cedono al richiamo del Giardino dell’Angelo, un negozio di fiori molto speciale nel cuore di Madrid: sta lì da oltre 200 anni, di storie ne ha viste e custodite molte.

Il Giardino dell’Angelo è curato e gelosamente custodito da Olivia – donna saggia e misteriosa che sa guidare le cinque più o meno quarantenni gravitanti nella sua oasi – dice un giorno a Marina, protagonista e voce narrante del romanzo: « ho vissuto abbastanza da sapere che c’è un momento nella vita di ogni persona in cui quest’ultima ha la possibilità di fare un cambiamento radicale, a centottanta gradi. Un’unica e grande opportunità per crescere. La pienezza. Il grande giro di boa della storia della tua vita. E sì, ci sono persone che ne approfittano e altre no».

Galeotta fu la piacevolezza di sangria e vino bianco fresco, a cullare una calda notte d’estate, mix azzeccato per fugare ogni inibizione e lasciarsi andare, se circondati da persone che possono comprendere. E fra loro si comprendevano, perfettamente: insieme a Marina, Aurora, Casandra, Gala, Victoria riconoscevano che «Vivere è un compito urgente!», convinzione sulla quale hanno creato un loro piccolo mondo al femminile, dove sostenersi, stimolarsi, assistersi per uscire vincenti dal bozzolo, farfalle aperte alla vita.

È una bella storia di solidarietà che va oltre il femminismo spicciolo al quale siamo abituati, perché lo travalica nel rispetto della personalità individuale. Valore sempre più difficile da trovare, e che forse proprio per questo ancora riesce a svegliare gli animi. Non a caso il sottile filo rosso che dicevamo all’inizio, si spande a dismisura su di lui, il magnifico elemento che è il mare, quello che mette a confronto una persona con la propria essenza. Un vero e proprio invito a non smettere mai di lottare, a non accettare la banalità dello stabilito.

Uscito dalla fresca vena letteraria della giovane Vanessa Montfort, Donne che comprano fiori è una storia intensa, nella quale ogni donna (ma anche ogni uomo, se ha il coraggio di guardarsi onestamente nell’anima) ha la possibilità di identificarsi, e di usarlo come strumento per ri-trovarsi.

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La mia vita con George

Quando mi fu regalato, mi parve una scelta poco opportuna da portare in dono a una persona cui era stato appena tagliato un pezzo di qualcosa: intestino, nel mio caso, ma il discorso vale per qualunque altro pezzo di carne ci si trovi tagliato via dal corpo. Non ero pronta a leggere un romanzo ispirato dalla morte, per cancro, di un uomo. Ero solo all’inizio del percorso, non mi ero ancora abituata alla… mia vita con il cancro! Perciò gli trovai un posto sulla libreria – neppure troppo in vista, si capisce! – e lo dimenticai. Ma solo per un po’.

Poi, un giorno, alcune delle poche pagine lette riaffiorarono alla memoria, e le compresi sotto una luce diversa, vivida e luminosa: Udi – questo il nome del compagno dal quale Judith Summers, autrice de “La mia vita con George”, ha trovato ispirazione – per quanto è dato capire non si era lasciato andare passivamente al cancro, gli aveva tenuto testa fino all’ultimo respiro. Forse addirittura più di quanto non avesse fatto Judith che, dopo aver perso il proprio uomo e il padre del suo bambino, non riusciva a superare il dolore. Fin quando nella sua vita è arrivato lui, George, un simpaticissimo cavalier king charles spaniel che diventa il padrone di casa, e della sua vita.

Da qui prende spunto il suggerimento di leggere il libro: oltre a essere ben scritto, è la perfetta rappresentazione di come un animale indossi con gran naturalezza i panni dell’amico, del sostegno, del “farmaco” naturale che aiuta a combattere qualunque avversità. Oggi si parla molto di pet therapy, e l’esperienza di vita raccontata da Judith è la dimostrazione di quanto l’amore sincero di un amico pelosone sia importante: nel suo caso ha aiutato ad elaborare un difficile lutto, ma come sappiamo gli esempi dei benefici della pet therapy sono molteplici. Il libro ci offre su un vassoio d’argento l’opportunità di conoscerli, aggiungendo la piacevolezza di una lettura scorrevole e anche divertente.

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Giardino & orto terapia

L’inverno è probabilmente il periodo dell’anno migliore per leggere “Giardino & orto terapia. Coltivando la terra, si coltiva anche la felicità”: è adesso, infatti che la terra riposa, che prende respiro dopo averci donato abbondanza di frutti, prima di rigenerarsi ai primi tepori della nuova stagione.

Pia Pera è stata molto più che una scrittrice: ci ha dilettato con orti, giardini e tutto ciò che fa “verde” ma andando oltre il solo fatto di coltivare la terra. Come ogni altro suo lavoro (nel circuito REDOP sono disponibili molti dei suoi titoli) “Giardino e orto terapia” è un qualcosa di molto più radicato che una pianta nel terreno: il saggio ci aiuta a capire gli effetti benefici che il coltivare la terra – pur trattandosi anche soltanto di qualche piantina sul davanzale della finestra, se non abbiamo altre possibilità – rappresenti un vero toccasana per la nostra mente. Lo specifica il sottotitolo: coltivando la terra si coltiva anche la felicità.

A definire il benefico legame fra mente e corpo è proprio la nostra necessità di prendere le distanze da ogni stato d’animo che crea difficoltà e tensioni, sentimento che tutti conosciamo, abbiamo vissuto e condividiamo con una certa frequenza, se non proprio quotidianamente. Nel momento in cui percepiamo il nostro malessere, sentiamo anche la necessità di “spostarlo” fuori da noi, in una dimensione diversa proprio per liberarci dal fardello che ci opprime: e quante volte abbiamo detto “Esco a prendere un po’ d’aria” per staccare la spina da uno stato d’animo sgradito? Il contatto con la Natura, il suo silenzio rispettoso di noi e del nostro essere ci aiuta lasciarci andare per ricaricarci di energia. Come spiega Pia Pera nel libro, le piante stesse si prendono cura di noi, restituendoci l’attenzione che dedichiamo loro coltivandole, ma anche soltanto attraverso una passeggiata nel verde siamo in grado di captare il senso di appartenenza a questo stato naturale, tornandone almeno per qualche attimo ad esserne parte, con tutti i benefici che ciò comporta. Stiamo parlando di un libro che ci aiuta a comprendere come la Madre Terra sia sempre pronta, benevolmente, ad accogliere la vita nel suo ventre. Quella Madre della quale siamo parte.

Alessandra Chirimischi

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La dieta mediterranea

Con questo libro l’armonia fra i termini “libro” e “benessere” è particolarmente azzeccata: infatti, non soltanto di attinge dalla lettura quella piacevolezza che porta a uno stato empatico con il protagonista di un libro, ma va ben oltre, toccando il benessere fisico legato a un modo di intendere la vita, nella sua quotidianità.

“La dieta mediterranea. Mito e storia di uno stile di vita”, scritto dall’antropologa Elisabetta Moro, analizza – grazie ai risultati di una ricerca articolata e dettagliata – il significato più profondo della “dieta mediterranea”, riferimento oggi utilizzato spesso impropriamente, e che grazie ai contenuti di questa pubblicazione ci è dato di conoscere in modo corretto.

La tecnica narrativa è molto scorrevole, gradevole anche per i non addetti ai lavori (proprio perché rivolta a un vasto pubblico), che porta a sognare utilizzando le parole come pennellate di colore: chiudi gli occhi per un attimo e… senti le cicale cantare sotto il caldo sole estivo, al naso ti arriva l’odore forte sprigionato delle erbe aromatiche, percepisci lo scorrere di fresche acque ristoratrici. E laggiù lui, il mare, il nostro bellissimo Mediterraneo lampeggiante sotto i bagliori del sole. O della luna.

Questo libro è scienza, per il modo con il quale racconta anni di ricerche rigorose condotte dai coniugi Ancel e Margaret Keys, ma è anche attualità e storia, perché racconta come la loro eredità culturale sia stata da alcuni Paesi del Mediterraneo apprezzata e come, di conseguenza, i loro governi si siano impegnati affinché la dieta mediterranea fosse dichiarata patrimonio dell’umanità dall’UNESCO.

È poi arricchito con notizie curiose e interviste, riflessioni sul cibo e sul mondo che intorno a questi gira: in realtà si tratta di tanti piccoli mondi, uno per ciascuno dei luoghi e dei modi in cui il cibo è preparato e consumato. In quest’ottica, il libro diventa uno strumento che ci aiuta a capire le nostre origini, facendocele apprezzare e, forse, talvolta guardare per la prima volta sotto il giusto profilo.

Alessandra Chirimischi

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